Continua la stesura a più mani della storia cominciata da Ly (con Il cellulare), proseguita da Genio (La ferita). Adesso è il turno di Gianluca de L’irriverente con un testo, Le spine, che fa il surrealismo e l’ironia i suoi punti forti. Con Gianluca si è sperimentato un racconto diverso, aperto a mille interpretazioni. La sua visione è relativa, può essere vera oppure no.  La narrazione è un po’ dispersa fra mille e mille rivoli, propone un finale possibile di quel che potrebbe essere capitato a padre e figlio. Non è detto che però quanto raccontato sia definitivo, lo mette subito in chiaro il protagonista, che comincia il suo monologo dicendo che non ha ricordi particolarmente precisi di tutta la faccenda.

Qui il bando per continuare questo gioco di scrittura collettiva. Continuate a mandarci i vostri contributi. Buona lettura:

Le spine
Di Gianluca Berno

Sa, agente, non ho dei ricordi particolarmente precisi di tutta la faccenda, o almeno ne ho fino a un certo punto. Penserà che io sia antiquato, magari insensibile, e forse avrebbe ragione: io qui faccio, ormai da anni, una vita molto ritirata, e generalmente mi faccio gli affari miei. Ho ridotto al minimo i contatti con la gente; però ogni tanto mi incuriosisco quando vedo qualcuno venire qui, e mi metto a studiarlo il più profondamente possibile, anche solo per noia… No, vede, spiego tutto questo perché sia chiaro come mai io possa testimoniare.

Io ho visto.

Ho visto, dunque so, come diceva un mio bisnonno greco – ma lui con una parola sola… eh, le differenze fra le lingue, sa…? – Va bene, arrivo al punto, mi rendo conto che le sto facendo perdere tempo e voi non ne avete mai.

Allora, ieri pomeriggio vengono qui un uomo e un bambino, immagino padre e figlio, con le canne da pesca in spalla: il primo, lo spilungone, procedeva a gran passi, e si trascinava dietro l’altro – una lagna, ma una lagna ‘sto marmocchio, che non le dico…! Si lamentava di star perdendo un cartone animato alla televisione, roba da cui, ringraziando Iddio, sono perfettamente alieno.

Allora il padre lo rassicurava che al lago avrebbero passato un bel pomeriggio: cosa lodevole, ma figurati se uno con l’età di quel ragazzino può interessarsi a un’attività lenta come la pesca. Io, vede, possiedo una capacità non comune, potrei dire una sorta di dono… non mi guardi così, non sono uno che millanta di discendere da Houdini o d’aver visti i Marziani! Diciamo, in termini umani e concreti, che io capisco la gente al volo, non per vantarmi. Ero sicuro che quel bambino avrebbe passato il pomeriggio a manifestare tutta la sua noia con tono viziato e petulante. Già mi preparavo al peggio ma ho deciso di osservarli comunque.

Così, come volevasi dimostrare, li ho dovuti sopportare per circa tre ore, fra un “quanto manca?” piagnucoloso e un “porta pazienza” di uno che – sarà stata un’impressione e basta – pareva aver bisogno per primo di quella raccomandazione, sotto sotto. Le ho detto che capisco la gente al volo, no? Quel padre poteva aver pazienza coi pesci, ma mi dava l’impressione che qualcosa lo turbasse. Era come se ci fossero i fantasmi dietro a quello sguardo in apparenza autorevole.

Ogni tanto davo un’occhiata alla scenetta e ogni tanto osservavo quel che poteva accadere da altre parti – niente, come al solito, qui non vengono neanche le coppiette ad appartarsi…

Dunque, ispettore – non è ispettore? Ah, va beh, l’avrò promossa in anticipo… – Dunque, agente per almeno tre ore non successe nulla di che, poi qualcosa mi distrasse; ma non vorrei che pensasse che lo scopo della mia vita sia spiar la gente o cosa, intendiamoci: dico che mi distrassi perché potrei aver perso qualcosa di rilevante.

Insomma, volevo dire che non li stavo più osservando perché mi accorsi della presenza di una vipera proprio ai miei piedi; o forse non era una vipera, forse era un orbettino… ma in quel caso non si capirebbe il dopo… o sto facendo confusione io? Sa, la mia memoria non è mai stata un granché, è – come dire…? – un po’ dispersa fra mille e mille rivoli, come in rami… che c’è, ride? Le ricordo Manzoni? Senta, capisco il lago, il bosco, le montagne, ma non mettiamoci a scherzare sui disastri ché non mi pare il caso…

Insomma, per me avevo una serpe a pochi millimetri, e chiunque avrebbe certo urlato o si sarebbe agitato… io no. Io non mossi neppure una fibra del mio corpo: mi hanno insegnato che quelle bestie son pericolose solo con chi dà loro motivo di spaventarsi, quindi rimasi quieto al mio posto. S’era acquattato proprio sotto di me il maledetto animale, immagino per tendere una trappola a qualche povera creatura del bosco, un topo o uno scoiattolo. Già striscia e mangia la polvere, poi banchetta coi topi! Neanche fosse uno di quelli che alle otto del mattino riescono a ingollarsi la peperonata…

Allora, non mi preoccupai della belva per non farle paura – nell’aria c’era già abbastanza confusione, ieri, quanto a sentimenti – e tornai a guardare il padre e il bambino. Allora capii che qualcosa doveva essere accaduto: l’uomo s’aggirava nervoso fissando uno di quegli apparecchi infernali che si usano oggigiorno per farsi importunare anche fuori casa. La sua faccia denotava il panico, mi immagino non riuscisse a farlo funzionare e avesse bisogno di chiamare a casa – sa, il sole stava già calando, si allungavano le ombre…

Io non capirò mai certa gente: se voglio notizie, le ascolto dal vento e dagli uccelli… per dire che non ho bisogno di stare in mezzo alle beghe ventiquattr’ore su ventiquattro per sentirmi vivo, anzi: a volte prediligo la solitudine, quella assoluta.

Dunque, brigadiere – eh? Non è brigadiere e non è neanche un grado della polizia? Ah, va beh, non si scaldi, correggo… – Agente, dicevo, a quell’ora la maggior parte del bosco, man mano che l’atmosfera scurisce, vien presa dal sonno; ma la presenza di quest’intrusi, dico il grande e il piccolo, aveva creato un caos innaturale che, me lo consenta, è una vera violenza all’ordine delle cose. Fu per capire quando sarebbero andati via dalla mia casa, che io mi misi ancora a guardare l’uomo e il bambino. E lì vidi una cosa che ancora non mi è del tutto chiara. La biscia, l’apside, o quello che era, dopo aver indugiato a lungo vicino al sottoscritto, decise infine che non le andava più di star ferma e si allontanò: solo allora l’uomo fece dei passi verso di me – io dubito seriamente che prima avesse percepito la presenza del rettile e ora lo sapesse lontano, così intento com’era a guardare lo schermo del telefonino: no, veniva verso di me perché era convinto che il suo affare potesse funzionare meglio qui che dove si trovava lui. Povero illuso, mi pareva un rabdomante col bastone a forcella, non so se rendo l’idea. Non mi vide – e perché avrebbe dovuto? – ma c’ero abituato e son rimasto zitto. Credo che quello farneticasse, diceva cose e non so a chi… fra l’altro aveva lasciato il ragazzino da solo, non so se mi spieghi. A occhio, credo che si fosse fatto tutto un castello in aria: sono sicuro che nella sua mente – non poi così a posto, immagino – lasciare quel bambino, il suo bambino, da solo nel bosco doveva essere una mossa delicata ma necessaria. Il rischio che potesse andar male qualcosa non era contemplato, di ciò sono sicuro.

È così che il poveretto ha smarrita la diritta via… ma non mi fraintenda, io non mi sollazzo coll’incapacità altrui. Mi spiace, anzi, per quel che è successo dopo, e giuro che non è colpa mia, per quanto possa apparir tale: il padre degenere aveva perso gli occhiali vicino a me… nelle mie condizioni non potevo far molto per aiutarlo in quel lavoro di ricerca… un’ora e passa, si rende conto? Temo d’averlo punto mentre li cercava, invece che rendermi utile…

Non sono che un comune rovo da more, che attrae visitatori solo ad agosto, quando i frutti sono maturi: non ho alcun veleno nei miei rami né posso far grandi movimenti, per ciò giuro che, se non ho aiutato l’uomo che aveva perso fra i miei rami i suoi occhiali, di certo non l’ho ucciso io. Ciò non ostante, non ho alcun bisogno di muovermi come voi per conoscere il mondo: esso viene a me attraverso indizi che voi, con tutta la vostra scienza, non sapete decifrare. Le ho detto che capisco al volo le persone; ebbene, rettifico: oltre a questo, sento le presenze che per voi non sono. Troppo comodo derubricar come fantasie prive di fondamento le cose che non si avvertono coi sensi. Oltre al padre e al bambino, in quel bosco c’erano almeno altre tre presenze, di diversa intensità, ognuna a fare o dire qualcosa di diverso, immagino: io so solo che c’erano, non che effetti avessero sul padre e sul suo bambino.

La prima era il cartone preferito della piccola peste, evocato dalla sua fantasia, fin da quand’erano arrivati, sotto le spoglie di un forte desiderio irraggiungibile; si è affievolito lentamente nel corso del pomeriggio, segno che forse la terapia d’urto del padre stava funzionando. La seconda era un ricordo d’intensità superiore a ogni altra ch’io abbia percepita, e perseguitava l’uomo; doveva essere ben radicata, certo una personale e traumatica esperienza passata, un’ombra cupa che lo ha certo influenzato durante tutto quel tempo. La terza – ma forse erano più di una – era animale, ma non so quanto concreta: forse il pesce desiderato, forse un generico timore di pericoli, forse le tre fiere dantesche… sì, conosco il Sommo Poeta: nonna Betulla è diventata la prima copia dell’edizione Petrocchi; e poi una sua prozia aveva lasciato cadere due foglie sul cappello di lui, come un omaggio… ma va beh, non devo raccontarle questo.

Qualunque cosa tormentasse quel genitore, sembrava che egli parlasse con qualcuno e che si immaginasse le risposte, come in un pazzo dialogo interno. Forse ha ingigantito la mia puntura, non so… sta di fatto che ha detto al bambino di non preoccuparsi, che andava tutto bene, nascondendo la mano come se temesse di mostrargliela, come se grondasse sangue; e lì, devo dirlo, un po’ mi sono offeso. E gli occhiali? Erano ancora fra le mie radici, li avete trovati voi…

S’è allontanato verso il folto della foresta, dicendo al piccolo di aspettarlo lì – non ho parole – e l’ho visto accasciarsi dopo un po’, a non so quanto da me, forse buttato a terra dalla sua Nemesi. Lo vedevo appena, da dov’ero, fra i rami dell’abete morto – pace all’anima sua, era un buon diavolo. E a proposito di morti, pensai che lo fosse anche lui, il padre dico.

Il bimbo non capì subito che cosa fosse accaduto, e credo che qualche albero gli impedisse la visuale; ma prima di lui arrivò un orso che conosco, uno che si spinge qui solo a primavera, alla sera, per mangiar bacche… ogni tanto mi frega le more ma lei non s’immagina con che delicatezza riesca a lasciarmi quasi intatto. Lo conosco così bene, che avevo percepito le sue tracce fin da due chilometri, ma nessun mio avvertimento è stato colto dai due umani, neanche dal piccolo – sa, di solito sono i più svegli, ma questo doveva essere ben rovinato dalla televisione. Il massimo che ho ricevuto come risposta è stato uno sgarbato “C’è gente che vuole dormire!” da parte di un vecchio lauro un po’ tocco… pensi che è convinto di essere Dafne in persona, roba da matti… Eh? Vuol sapere che cosa dicessero i castagni qui intorno? Ma benedetto ragazzo, quelli dormono in piedi, sono gente svampita e fissata con la cosmesi: tutti ricci e niente cervello…!

A ogni modo, eravamo all’orso. Il bestione si avvicinò: credo che a quel punto il bambino si sia mosso e abbia visto qualcosa, perché ci fu un urlo di voce bianca, puro terrore. Io, che guardavo Berto – è così che chiamo l’orso, lo riconosco da una macchia chiara sul petto che sembra un fiore all’occhiello e me lo fa accostare a un gentiluomo – dicevo: io, che guardavo Berto tutto intento ad annusare il padre mezzo morto e a chiedersi se lo fosse davvero, sentii il bambino e solo dopo allungai un occhio anche verso di lui.

Berto pure si volse, ma allora il padre dovette avere un guizzo o riprendersi, perché diede un colpo all’orso, in pieno muso, e si rotolò più in là, dietro un olmo antipatico con cui non parlo da anni… Così vidi il bambino impietrito dal terrore che osservava l’orso, il quale s’era girato con un grido di dolore rabbioso verso l’ex morto – ci avevo proprio creduto, sa?, lo sembrava a tutti gli effetti – e temetti il peggio… perché vede, Berto è buono e caro, ma se gli si fa torto… preghi di non vederlo mai infuriato!

Dopo, tutto si annebbia nei miei ricordi… non so bene che cosa succedesse nei minuti successivi perché gran parte della scena mi è rimasta preclusa, un po’ per le altre piante e un po’ per la distanza e l’oscurità. Non le dico il cicaleccio Fra gli alberi più vispi, c’era chi faceva addirittura il tifo! Ma qualcosa si muoveva, questo è certo; e credo che il padre del piccolo, in un momento di lucidità, si sia fatto inseguire… sentivo il frusciare delle foglie secche che in questo periodo dell’anno tappezzano il suolo del bosco; per quel che ho potuto ricostruire, son certo che in fondo al sentiero preso dal fuggiasco e da Berto imbufalito ci fosse il crepaccio… anzi, ricordo che un olivo secolare, che sorge a picco sulla scarpata si svegliò e gridò qualche imprecazione che neanche un tralcio di Tokai… il padre fuori di zucca gli aveva pestato una radice cadendo, o gli s’era aggrappato strappando un rametto proteso sul baratro, non ho ben capito.

Ero talmente strapazzato da tutte queste emozioni, che mi sono appisolato… ehi, non faccia lo spiritoso: è una reazione normale per un cespuglio di rovi. Se perdiamo troppe energie dobbiamo recuperarle, tutto qui. Quando stamani all’alba mi son destato, non ho più trovato traccia del padre e neanche del bambino, quindi non so dirle altro… sì, ha ragione, mi erano rimasti gli occhiali ancora fra le radici. C’era tutta la confusione dei soccorsi, e vostra… il bambino doveva avere più sale in zucca di suo padre, se lei mi conferma che è tornato a casa da solo – e per quanto apprezzi il gesto che ha fatto suo padre per salvarlo dalle attenzioni di un orso, non credo che Berto avrebbe fatto del male al piccolo… certo nulla me lo garantisce, ma ha avuto cuccioli anche lui, credo; sicuramente sa quand’un uomo è piccolo e non può fargli male. Altro non so, mi spiace, neanche che cosa facesse qui Berto in pieno autunno…

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15 pensieri riguardo “Le spine de L’irriverente Gianluca

  1. Grazie del bel regalo. È stato bello immaginare come potesse proseguire una storia cominciata così: l’idea di far parlare il rovo non è interamente mia, è nata da una chiacchierata su questo bel bando, ed è forse questo il modo più bello in cui una storia possa nascere. Ringrazio la persona geniale che mi ha dato un suggerimento importante e tutti coloro che hanno reso stanno rendendo possibile questo progetto. Aspetto curioso i successivi sviluppi 😀

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  2. Mi piace questo racconto perché é fluido il modo come lo hai scritto . Anni fa mio nonno paterno che era pastore mi racconto una storia vera di un uomo che era stato sbranato da un orso nel bosco . Alla vittima le hanno trovato solo una pezzettto di scarpa perché l’orso si era mangiato tutto . In seguito l’orso é stato uccido e hanno recuperato i resti del morto . Complimenti davvero . Vediamo il seguito della scrittura a più mani dei altri partecipanti.

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  3. Scusate, pubblico questo commento perché avevo premuto erroneamente un tasto e credo di aver fatto saltare un paio d’impostazioni, tra cui la notifica via mail dei nuovi articoli… spero di recuperarla.

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