Questo racconto breve è stato liberamente ispirato dal racconto di Ly, Il cellulare.
Non intente rappresentarne il continuo ma una visione alternativa.

“Amore?”
“Sta…sta capitando adesso.”
“Luca dove siete!”
“Al lago.”
“Ok, senti il tempo della strada e arrivo.”
“Non ce la faccio, non posso aspettare qui così tanto. Ci sei?”
“Luca, ti sento! Aspettatemi lì!”
“Ti vengo incontro, cominciamo a risalire il sentiero.”
“Non entrare…bosco…il bambino.”
“Non ti sento, maledizione!”
Sputò quella parola con rabbia, poi fissò lo schermo del cellulare, nessuna tacca. “Pronto?!” guardò nuovamente lo schermo e portandosi davanti gli occhi il cellulare urtò l’asta degli occhiali che volarono via. “CAZZO!”
Vide il bambino trasalire. Lo guardava con un’espressione che conosceva bene e la cosa lo atterriva.
Lo raggiunse fissando un punto oltre la piccola testa piena di capelli, gli si inginocchiò affianco. Provò una volta ma le parole non uscirono. “Devi…” sfiatò in un gorgoglio la sua gola. Avrebbe voluto spiegargli ma non ci riuscì. Se l’avesse fatto, se soltanto si fosse spiegato. Ma certi discorsi si possono rimandare a quando si è più grandi, no?
“Non è colpa mia se non ci sono pesci!” s’imbronciò il bambino. Stava per piangere.
“Ma no, non sono arrabbiato per i pesci” si strofinò gli occhi l’uomo, con la fronte che gli andava a fuoco e il cuore che gli martellava tra gli zigomi e le tempie. “Stai andando alla grande, sei bravissimo, se mantieni la calma lo prendi di sicuro!”
I due fissarono l’acqua e dopo un breve attimo di silenzio Luca riprese: “continua così ok? A me sono caduti gli occhiali in quel cespuglio. Vedo se li trovo.”
Il bambino fece di si con la testa e si concentrò sulla pesca. Che tenacia, pensò Luca. Le parole gli morivano sullo sterno, corte come il fiato, faceva una gran fatica ad esprimersi, ma era così orgoglioso di quella postura perfetta con cui l’intero corpo del figlio sembrava trasudare sicurezza e infinite possibilità. Sembrava urlasse con la bocca contratta da quelle emozioni diverse e incomprensibili: papà tranquillo, lo prendo io un pesce grande così!
Ecco perché doveva reagire, portarlo via da quel posto, dimostrargli d’essere un uomo senza paure, un padre modello. Nonun traditore, egoista, instabile debole di testa.
Il cespuglio nella penombra della miopia sembrava più grande. Vi infilò il braccio e s’accorse ch’era pieno di spine.
Sai cosa succede ai bambini impiccioni? Lo sai?!
Con le dita sembrò sfiorare le zanne di un cane, umide e scattanti. Ritrasse il braccio graffiandosi la pelle.
“Non c’è nessun cane”, disse sottovoce Luca. I brividi gli squotevano il petto.
“Papà li hai trovati?” chiese il bambino in là una coltre di ragnatele sfocate. La sua voce squillante pareva un verso venire da così lontano. A quel suono Luca riprese coraggio.
Infilò ancora il braccio nel rovo.
Sei stato tu? Le hai prese tu le mie medicine?!
“Io non volevo” sussurrò.
Sai cosa succede ai bambini impiccioni?
Un fruscio tra le foglie, qualcosa di molle e squamoso si mosse sotto i suoi polpastrelli. Ma non era reale, era soltanto un ricordo. Non poteva essere reale?
“Io…volevo che tornassi normale.”
Dove le hai messe? Ce l’hai qui!
Un ramo gli si attorcigliò intorno al polso e torse il braccio dell’uomo costringendolo a mugulare. Gli occhi si riempirono di lava, rabbia e pena. “No ti prego.”
Ora dovrò punirti.
Era successo davvero? Nemmeno. Una fantasia che si portava dietro dall’adolescenza. Eppure sentì i denti affondare sulla polpa dell’eminenza tenare. Qualcosa gli stava staccando il pollice dalla mano.
Cos’hai qui? Fammi vedere…
Tirò via la mano insanguinata. Il bambino lo aveva raggiunto.
“Cos’è successo?” chiese al padre.
“Niente, niente” balbettò Luca portando la mano dietro la schiena. Non voleva spaventare il figlio. Cosa avrebbe potuto dirgli? Che un maledetto serpente lo aveva morso? E se era velenoso? Il sole era svanito all’orizzonte. Quanto tempo era rimasto inginocchiato lì per terra?! Un barlume di lucidità gli congelò la spina dorsale. L’adrenalina lo riportò alla realtà.
“Senti piccolo, io senza occhiali non vedo nulla, vado a cercare qualcuno che ci aiuti, che abbia non so una torcia e tu devi aspettarmi qui, hai capito?”
“Io non voglio rimanere qui da solo!”
“Lo sai che puoi farlo, sei forte, sei la persona più forte che io conosca. Vai alla tua canna da pesca e prendi quel pesce. Non vorrai dargliela vinta! Io torno subito.”
Pregò di averlo convinto, poi prese a correre verso il bosco stringendo il pollice ferito con l’altra mano. Non voleva che il figlio vedesse il rivolo di sangue scolare dietro di lui. Il panico sembrava passato. Corse più veloce che riuscì cercando di schivare gli alberi.
Quando si fermò per prendere aria era solo in mezzo al bosco quasi completamente al buio. Allora aprì la mano per valutare l’entità della ferita. Il nulla s’impossessò delle sue caviglie, lasciandolo precipitare in ginocchio a peso morto.
Povero cucciolo mio, cosa ti è capitato?
“Credo di essermi perso” bisbigliò Luca.
Si voltò per mostrare cosa aveva lasciato indietro: orme delle sue scarpe, il sangue colato sulle foglie, gli sguarci sulla pelle? Dov’erano finiti? Svuotato d’ogni sensazione, non c’era nessuna scia di sangue dietro di lui, alcuna ferita in nessuna mano.
Entra dai, vieni qui, ti faccio vedere una cosa.

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18 pensieri riguardo “La ferita.

    1. Lida ha accennato alla pazzia del padre. Io ho voluto invece rappresentare la fragilità di un bambino che ha vissuto un’esperienza simile. Ha immaginato le violenze? Le ha subite davvero? Diventerà pazzo anche lui?

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      1. Si ho molto apprezzato questa disponibilità ad approfondire proprio questo aspetto della fragilità mentale paterna. Essa è ben rappresentata, oltre che descritta in un modo che coinvolge assai… Soprattutto lasciando un finale aperto. Anche perchè non sempre è detto che i figli arrivino a manifestare le debolezze dei genitori. Però ciò non toglie che non arrivino a soffrirne per tutta la vita…

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      2. Così come finisce le possibilità sono tante: sia che abbia perso il senno sia che rinsanisca…per questo credo che sia opportuno continuarlo. E non è detto che lo faccia io. Potrebbe volerlo fare qualcun altro. Sarebbe ancora più interessante continuare questa storia con le vedute e la scrittura di un terzo autore/autrice!

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    1. Nel suo racconto Lida ha lasciato la porta così aperta che è stato irresistibile provare a spiegare cosa fosse accaduto dopo la telefonata e il rinvenimento del cadavere dell’uomo. La domanda principale che da padre mi sono fatto è: cosa può succedere di così assurdo da far abbandonare un bambino di sette anni da solo in mezzo ad un bosco? La risposta può essere solo una. Vorrei lavorare ancora su questo personaggio ma vedremo. Perché rimane un’altra domanda: come c’è finito infondo ad un fossato? Dai non vorreste farmi credere che non vedeva nulla e stava continuando a chiamare alla moglie!!! E ancora: cosa accade al bambino dal momento in cui viene lasciato al lago fino a quando non viene salvato dai pompieri? Le varianti sono tantissime e tutte molto interessanti.

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      1. Può succedere qualsiasi cosa quindi perché no! All’inizio volevo scrivere proprio del bambino che al momento non ha neppure un nome. Poi ho sentito la voce del papà di Luca e il richiamo della pazzia. È stato irresistibile! Appena è pronto lo pubblichi tu stesso. 😉 ora sono molto curioso…

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  1. Genio mi è piaciuto un sacco il tuo continuo! Così come mi garba (fammelo dire alla mia maniera, da toscanaccia…) l’idea che qualcun altro ci metta del suo e aggiunga un pezzetto al puzzle. Forza Circolo16! Genio, di nuovo complimenti!

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