Una riflessione da domenica sera…
Scritta però di settimana!

In Italia soltanto il 40% della popolazione ha letto almeno un libro nel 2016. La fonte è l’AIE che in questo articolo spiega quanto succede nel mondo dell’editoria nazionale. Un mercato in ripresa, con segno più (1%), giustificato non dall’aumento della gente che legge bensi dall’aumento del prezzo di copertina dei libri.

Come dire: i libri costano di più ma i lettori sono di meno (a quantità di volumi i dati sono comunque negativi: -1,3%, pari a circa 740mila copie di libri venduti in meno).

Di per se un paradosso.

In un libero mercato, la quantità richiesta di un bene, la Domanda, è inversamente proporzionale al prezzo del bene stesso. fonte Simone.it

Per semplificare: più alto è il prezzo, minore è la quantità richiesta o il contrario.

Quanto vediamo nel nostro mercato editoriale è l’opposto di ciò che dovrebbe essere. La domanda è molto bassa. E quindi, se vorremmo migliorare quei numeri dovrebbe funzionare così: più basso è il prezzo, maggiore sarà la quantità richiesta.

(Ci tengo a precisare che io sono un semplice laureato in economia aziendale e questa è una legge universale che poi deve essere applicata ai mercati, quindi rimanendo nel vago ho voluto soltanto esternare quello che credo sia un controsenso)

“Il problema dei problemi”: il calo progressivo dei lettori di libri (-3,1% nel 2016)

La media italiana si attesta sul 40,5% nel 2016 (in Norvegia siamo al 90%). Solo 4 italiani su 10 hanno letto un libro nei 365 giorni del 2016. Sono numeri imbarazzanti di cui io sono il primo rappresentante: nella mia famiglia su sei persone adulte sono l’unico a leggere almeno un libro all’anno (mi impegno molto a superare i 12, in realtà, e in questo 2017 sono a 10, tutti massicci).

L’aumento del prezzo di copertina dovrebbe essere una diretta conseguenza della ripresa. Aumentano i lettori, aumenta l’offerta, aumenta il prezzo di copertina. Invece nella realtà contestualizzata è dettato da altre variabili come: distribuzione, tassazione, costo del lavoro e delle materie prime.

Bisogna che ci mettiamo in testa un concetto semplice:

Il libro non è un bene di lusso, una scatoletta di caviale o una grattugiata di tartufo il cui prezzo sale in conformità ai capricci del consumatore tipo, è invece un bene di necessità. Non è come l’acqua senza il quale è impossibile vivere, sarebbe stato di primaria, ma è il fondamento per una società civile, quell’organizzazione finalizzata a soddisfare i bisogni dei singoli e in cui si raggiunge un equilibrio armonico. Il libro è uno dei presupposti per il buon senso civile, dovrebbe essere un bene garantito con un’alta reperibilità. Finché non si capirà che il vero problema è questo, ovvero che bisogna tutelare la cultura, detassandola, finanziandola, incentivandone la creazione, l’Italia rimarrà un paese dove il libro viene considerato un soprammobile, un noioso passatempo, una spesa superflua.

Le soluzione potrebbero essere diverse, tutte quelle a cui penso però non sono abbastanza redditizie, dunque impraticabili. La salvezza è fatta di noi, quelle persone che amano la lettura, che la diffondono, che amano il libro perché dentro ci vedono mondi e non pagine. Il treno della rivoluzione culturale non partirà mai dal vertice, non in questa epoca, è quindi necessario accenderla dal basso. E farlo nei piccoli gesti.

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7 pensieri riguardo “Il libro come bene di necessità

  1. Analisi corretta: sono d’accordo con te, il libro non deve essere trattato come un genere di lusso. Soprattutto in un mercato come il nostro; non dico di fare il 3×2 come al supermercato, però qualche bella campagna per invogliare… comunque, per quello che vedo in casa mia (e oltre non voglio spingermi) le nuove generazioni leggono meno. Ti faccio il mio esempio: io e mio marito siamo lettori forti, da sempre, dalle elementari. Io leggo circa 10-12 libri al mese, mio marito circa 6. I miei figli (e lasciamo perdere tutto quello che abbiamo fatto per avvicinarli alla lettura…) ne leggono 5-6 l’anno, perché obbligati dai professori. Amen!

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  2. Questa situazione mi fa tornare in mente una nozione appresa al corso di Storia del Risorgimento: nell’Italia centrale e meridionale del sec. XIX era diffuso un contratto di mezzadria che prevedeva un canone annuo sempre uguale, che non incentivava l’incremento della resa. Il risultato era che il mezzadro di trovava privato di una parte di raccolto che, nei periodi di crisi, tendeva ad aumentare. Credo sia la stessa cosa che sta accadendo ora nel settore librario: il primo obiettivo degli editori non è incrementare la diffusione del libro e della cultura – scelta costosa al momento ma redditizia in futuro – bensì mantenere inalterato il gettito – decisione redditizia ora ma destinata ad avere sul lungo periodo gli stessi effetti del famoso aumento dell’IVA imposto da una scellerata clausola che beffardamente è detta “di salvaguardia”…

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    1. Si, poi si aggiunge anche un aspetto che nel post non ho menzionato e al quale mi ha fatto riflettere molto mia moglie: il tempo libero degli italiani! Io amo leggere ma quanto tempo ho a disposizione per farlo? Se ne avessi di più leggerei di più.

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      1. Tutto è collegato: la classe dirigente ha deciso di trasformare l’Italia in “Metropolis” di Friz Lang… come pensi che possa andare a finire? Malissimo, temo.
        Già che ci siamo: riguardo alla questione poesia, ho mandato il pezzo tramite le istruzioni sull’articolo introduttivo alla bella rubrica di Natale. Funzionano nonostante le modifiche al sistema, vero?

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  3. In effetti, io leggo molto. I miei figli, decisamente meno.
    Ma spesso, i miei libri preferiti, hanno prezzi al di sopra delle mie possibilità.
    La biblioteca è indietro anni luce.
    Ho letto qualche eBook, perché più economico, ma il cartaceo, resta la mia prima ed unica scelta, ora.
    Riguardo al tempo, poi, è sempre tiranno. Ma se un libro mi prende, c’è poco da fare, è come una droga.

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