A pescare – e intanto prendeva le scarpe con la para.
No dai, adesso no!
Si, adesso – disse il padre.
Perchè? C’è una puntata del mio cartone preferito.
La vedrai un’altra volta.
Il figlio non disse niente, c’era qualcosa alla televisione che non voleva perdersi.
Il padre si sedette sul sofà vicino a lui e si infilò le scarpe.
Diede un’occhiata alla televisione poi prese il telecomando e spense.
Nooo! Urlò il figlio, con le lacrime agli occhi.
Dai andiamo, disse il padre, calmo.
Sei cattivo, urlò il figlio.
Andiamo, disse il padre – e si alzò.

Era un angolo del lago con un prato in leggera discesa, lì l’acqua era profonda e i pesci ci andavano volentieri, una corrente strana ci girava dentro e poi si poteva pescare seduti sull’erba, tranquilli e con il sole che cadeva proprio in fronte.
‘E se non ne prendiamo neanche uno?’
‘Difficile, qualcosa di solito si prende.’
‘Eh! E se non ci riusciamo?’
‘Non so. Dai, vediamo…’
‘Uffa! Tutte ste ore e alla fine torniamo a mani vuote’
‘Tutte ‘ste ore… lo sai da quanto siamo qui?’
‘Un’eternità’ disse il bimbo.
‘Mezz’ora! E’ un lavoro di pazienza, te l’ho detto.’
‘Si. Ma volevo capire se poteva passare ancora tanto tempo senza pescare nulla.’
‘E’ possibile.’
‘Ma non è possibile spesso, vero?’
‘No. Non spesso. In genere qualcosa si pesca, dai…’

Si era immaginato che avrebbero parlato un po’.
Tra le altre cose, aveva in mente di dire al figlio che era fiero di come lui stava crescendo, ma spiegandoglielo per bene, che capisse cosa c’era di eccezionale in lui e cosa di incompiuto.
Voleva dirgli la frase che poi il figlio si sarebbe ricordato per sempre, qualcosa sulla forza d’animo, sulla sicurezza, forse.
Si ritrovarono a parlare di molte cose, e pure di Babbo Natale: il bimbo insisteva per sapere se era vero che non esisteva.
C’era ancora del sole all’orizzonte.
E c’era pure la discutibile e spiacevole sensazione del rientrare senza aver pescato nulla.
Rimasero quindi ancora ad aspettare, rotolando giù per discorsi qualunque.
Parlarono di cartoni animati e supereroi, dell’uomo torcia e dell’incredibile Hulk.

Il buio arrivava in fretta in quella stagione e al padre venne in mente che c’era quel grande bosco da riattraversare, il pensiero lo disturbò.
Bisogna andare, sai? Disse al figlio
Non abbiamo pescato niente!
Lo so ma bisogna andare.
Lo disse con un accento molto duro perché tutto d’un tratto gli era montato un certo disagio interiore.
Aveva paura, era una paura che conosceva bene.
Il figlio parlava ma lui non riusciva più ad ascoltarlo, sentiva piuttosto un ronzio nelle orecchie.
Cercò il cellulare nella tasca, l’aveva spento per stare tranquillo.
Il figlio continuava a parlare e scherzare, lui intanto riaccese.
Fa che ci sia campo! Disse.
Il bambino sentì e smise di parlare.
Era tutto paurosamente silenzioso, adesso.
Merda! Pensò, o forse lo disse.
Le tacche del segnale telefonico si aprirono a ventaglio poi tornarono indietro bruscamente, ne rimase una per venti secondi poi sparì.
Chiamo casa un attimo, disse il padre.
Sudava copiosamente, il figlio non proferì parola, continuava a tenere la canna da pesca disciplinatamente, come se nulla fosse successo.
Il padre l’aveva invece fatta cadere lì vicino, con la lenza che penzolava nell’acqua.
A momenti su quel vecchio cellulare tornava una debole tacchetta.
Fu così che partì la telefonata e io risposi.
Amore? Dissi.
Da lì in poi quel che successe è ciò che ha fatto di me la donna che sono e che stasera festeggerà i suoi cinquant’anni, quindici anni esatti dopo quella telefonata, quel lago, quella sera.

Perchè capita che pianifichiamo la nostra vita, a volte.
Poi ci si mette il destino, con una zampata feroce ci butta a terra beffandosi pure di noi.
La forza, la sicurezza di cui Luca avrebbe tanto voluto parlare a nostro figlio in quel pomeriggio che doveva regalare un po’ di spensieratezza, non facevano parte delle sue principali doti.
Luca era un brav’uomo, un marito esemplare, un padre presente e fiero, uno consapevole che con quel figlio sveglio e molto intelligente avrebbe avuto un gran daffare più avanti, a tentare di mascherare le proprie carenze.
C’era un altro bimbo in arrivo, lo portavo in grembo da cinque mesi, voluto da entrambi, desiderato.
Era un uomo da famiglia, Luca, di quelli senza troppi grilli per la testa, il suo più grande desiderio dal momento della promozione sul lavoro era stato quello di formare una famiglia numerosa.
Lui aveva perso il padre a sette anni, da bambino, era figlio unico.
Ma non che fosse morto suo papà, forse molto peggio: si era ammalato di nervi, un bruttissimo esaurimento nervoso lo incastrò in una vita costellata da potenti psicofarmaci, lunghi ricoveri in psichiatria e numerose terapie del sonno. Luca raccontava spesso che anche quando suo padre era a casa, pareva non ci fosse, giorno e notte inchiodato in quel letto, inerme, in balia delle medicine.
E lui che ogni tanto sbirciava dalla porta socchiusa di camera, si chiudeva poi in un cantuccio a piangere e a chiedersi il perché di quella vita mancata.
Quel vissuto particolare era stato – molto probabilmente – causa della sua enorme fragilità, una debolezza di cui forse non era del tutto consapevole e che tentava inconsciamente di nascondere con improvvisi scatti di aggressività o ancora più spesso alzando la voce in modo inopportuno.
Ma chi lo conosceva bene, come me, sapeva che quei momenti erano solo una maschera e lui non avrebbe mai fatto del male a una mosca.
Non cattiveria pertanto, solo un po’ di rabbia per quella mancanza caratteriale che lo costringeva a barcamenarsi nella finzione di una facciata da uomo solido e forte.
E quella sera al lago mancò la prova della vita.
Fu il bosco a vincere, miseramente.
Luca era miope, e non poco, gli mancavano nove diottrie da entrambi gli occhi.
Quando si allontanò qualche decina di metri da nostro figlio per evitare di trasmettergli l’enorme spavento da cui invece lui era già avvinto totalmente, gli caddero gli occhiali in un grosso rovo che ricopriva un ruscelletto.
Li cercò per oltre un’ora ma non li trovò.
Allora ordinò a nostro figlio di rimanere immobile ad aspettarlo in quel preciso punto, poi si allontanò in fretta a cercare soccorsi.
A mezzanotte, dopo che già i vigili del fuoro erano sparsi per tutto il grande bosco di castagni, vidi tornare nostro figlio a casa da solo, in lacrime, distrutto.
Subito dietro il vigile del fuoco che lo aveva ritrovato.
Dopo ore di silenzio e buio totale il bimbo aveva deciso – per fortuna – di disobbedire a suo padre e si era incamminato nella fitta vegetazione.
Luca venne ritrovato la mattina alle sette, in un burrone, ancora con il cellulare stretto tra le dita.

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12 pensieri riguardo “Il cellulare.

  1. Una tragedia scatenata da un complesso di dettagli, quasi tutti interiori: così dev’essere perché così accade nella realtà, dove i più tremendi disastri si compongono di tanti dettagli apparentemente insignificanti: non servono grosse cause per un grosso effetto, di solito avviene il contrario.

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