Questa sera vi propongo la prima composizione di un trittico, di questi giorni. Come ho scritto a Gilda, riemergo, metro dopo metro. Essendo mia la poesia non la commento: fatelo voi!

Per la rubrica Una Poesia per la sera:


ATTO ULTIMO – SCENA I

 

La stanza avrà molti quadri a riempire le pareti

poco illuminata da raggi obliqui che trapassano

la grande vetrata rivolta a occidente. Gli spettatori percepiranno

l’imbrunire,

penombra che presagisce la sera.

 

L’uomo solo starà attendo all’evolversi del tempo,

fuori dalla stanza s’intravvedono fogli e fiori di giardino d’estate,

camminerà impaziente tra il fondo quasi rabbuiato

e i raggi luminosi ai piedi della vetrata.

Al trillo del telefono fisso non risponde

( e che cavolo, le solite pubblicità delle ditte, ragazzi pagati pochi spiccioli

per rompere le scatole alle case),

risponde invece al cellulare che sarà in bella mostra

sul piccolo tavolo basso:

 

L’UOMO:

“… sì, sono solo, ma adesso esco un poco, vado in paese.

Stasera? No, non vengo a cena, mi preparo qualcosa veloce…

ma sì, basta l’insalata e una birra. Ce l’ho, il pane, si che ce l’ho, ma stai tranquilla!”

 

Lancerà il cellulare sul divano irritato (sono così assillanti i figli,

quando si preoccupano per te!), riprenderà il va e vieni dal fondo della stanza

ormai buio alla tenue luce della vetrata che preannuncia la sera imminente.

Come ormai stanco dell’andirivieni senza sosta senza alcuna apparente ragione,

l’uomo si fermerà, appoggiato il capo al vetro,

per l’ultimo refrigerio di sole,

chiude gli occhi, gli spettatori capiranno che sta rievocando

flashback di vita

si udrà un debole singhiozzo

si capisce che piange.

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13 pensieri riguardo “NATALE PACE – Atto ultimo, scena I

  1. Il teatro, un tempo, era in versi; qui i versi si fanno teatro, ed è pleonastico dire che lo fanno benissimo. Sbocciano l’una dall’altra la descrizione della scena, una battuta, l’azione scenica: è tutto in versi, perfino ciò che nel teatro antico non faceva parte del testo, e tutto si amalgama disinvoltamente, come se queste parole non avessero il sospetto di far qualcosa di completamente nuovo innestandosi su un tronco millenario. E, senza retorica esagerata, ciò sa di capolavoro.

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